Diario di scuola

Scritto da biblioteca on . Postato in Classe 1

I ricordi scolastici ironici e divertiti di un alunno decisamente scarso, ma destinato a diventare professore di Liceo, a dispetto della esigua fiducia dei familiari (e forse persino del cane!).

Insomma, andavo male a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. I miei voti dicevano la riprovazione dei miei maestri.
Quando non ero l’ultimo della classe ero il penultimo (evviva!). Refrattario dapprima all’aritmetica, poi alla matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto all’apprendimento delle lingue straniere, ritenuto pigro (lezioni non studiate, compiti non fatti) portavo a casa risultati pessimi che non erano riscattati né dalla musica né dallo sport, né peraltro da alcuna attività parascolastica.
– Capisci? Capisci o no quello che ti spiego?
Non capivo. Questa inattitudine a capire aveva radici così lontane che la famiglia aveva immaginato una leggenda per datarne le origini: il mio apprendimento dell’alfabeto. Ho sempre sentito dire che mi ci era voluto un anno intero per imparare la lettera a. La lettera a, in un anno. Il deserto della mia ignoranza cominciava al di là dell’invalicabile b.
– Niente panico, tra ventisei anni padroneggerà perfettamente l’alfabeto.
Così ironizzava mio padre per esorcizzare i suoi stessi timori. Molti anni dopo, mentre ripetevo l’ultimo anno delle superiori inseguendo un diploma di maturità che si ostinava a sfuggirmi, farà questa battuta:
– Non preoccuparti, anche per la maturità alla fine si acquisiscono degli automatismi…
O, nel settembre del 1968, quando ho avuto finalmente in tasca la mia laurea in lettere:
– Ti ci è voluta una rivoluzione1 per la laurea, dobbiamo temere una guerra mondiale per il dottorato?
Detto senza alcuna particolare malignità.
Era la nostra forma di complicità. Mio padre e io abbiamo optato molto presto per il sorriso.
Ma torniamo ai miei inizi. Ultimogenito di quattro fratelli, ero un caso a parte. I miei genitori non avevano avuto occasione di fare pratica con i miei fratelli maggiori, la cui carriera scolastica, seppur non eccezionalmente brillante, si era svolta senza intoppi.
Ero oggetto di stupore, e di stupore costante poiché gli anni passavano senza apportare il benché minimo miglioramento nel mio stato di beatudine scolastica.
«Mi cadono le braccia», «non posso capacitarmi» sono per me esclamazioni familiari, associate a sguardi adulti in cui colgo un abisso di incredulità scavato dalla mia incapacità di assimilare alcunché.
A quanto pareva, tutti capivano più in fretta di me.
– Ma sei proprio duro di comprendonio!
Un pomeriggio dell’anno di maturità (uno degli anni della maturità), mentre mio padre mi spiegava trigonometria nella stanza che fungeva da biblioteca, il nostro cane venne quatto quatto a mettersi sul letto dietro di noi. Appena individuato, fu seccamente mandato via:
– Fila di là, cane, sulla poltrona!
Cinque minuti dopo, il cane era di nuovo sul letto: ma si era preso la briga di andare a recuperare la sua vecchia coperta che proteggeva la sua poltrona, e vi si era steso sopra. Ammirazione generale, ovviamente, e giustificata: tanto di cappello a un animale in grado di associare un divieto all’idea astratta di pulizia e trarne la conclusione che occorresse farsi la cuccia per godere della compagnia dei padroni, con un vero e proprio ragionamento! Fu un argomento di conversazione che in famiglia durò per anni. Personalmente, ne trassi l’insegnamento che anche il cane di casa afferrava più in fretta di me.
Credo di avergli bisbigliato all’orecchio:
– Domani ci vai tu a scuola, brutto ruffiano!
Eppure, esteriormente, pur non essendo agitato, ero un bambino vivace che
amava giocare. Bravissimo alle biglie e agli aliossi2, imbattibile a palla prigioniera, campione del mondo nella battaglia di cuscini, amavo giocare. Piuttosto chiacchierone e ridanciano, diciamo pure burlone, mi facevo degli amici a tutti i livelli della classe, fra i somari, certo, ma anche fra le teste di serie, non avevo pregiudizi. Più di qualunque cosa, alcuni insegnanti mi rimproveravano questa allegria. Oltre che negato, insolente. Il minimo della buona educazione, per un somaro, è essere discreto: nato morto sarebbe l’ideale. Ma la vitalità era vitale per me, se così si può dire. Il gioco mi salvava dall’amarezza solitaria che provavo non appena ripiombavo nella mia vergogna solitaria.
Mio Dio, la solitudine del somaro nella vergogna di non fare mai quello che è giusto! E il desiderio di fuggire… Ho provato presto il desiderio di fuggire.
Dove? Non è chiaro. Diciamo di fuggire da me stesso, e tuttavia dentro di me.
Ma in un io che fosse accettato dagli altri. Devo probabilmente a questa voglia di fuggire gli strani ideogrammi che precedettero la mia grafia. Invece di formare le lettere dell’alfabeto, disegnavo omini che scappavano sui margini, e lì creavano delle bande. Eppure all’inizio mi applicavo, rifinivo le lettere meglio che potevo, ma pian piano le lettere si trasformavano in quegli esserini allegri e festeggianti che se ne andavano a folleggiare altrove, ideogrammi della mia sete di vivere.
Ancora oggi uso questi omini quando firmo le copie dei miei libri.

Adattato da: D. Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli 2010

Una risorsa preziosa: l’acqua

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Nel mondo più di un miliardo di persone non hanno accesso ad acqua sicura e troppe minacce mettono a rischio questa risorsa preziosa.

L’opinione che l’acqua fosse una risorsa illimitata ha contribuito allo spreco e all’inquinamento di mari, laghi e fiumi. Negli ultimi anni si è finalmente compreso il valore inestimabile di questa preziosa fonte di vita e si sta tentando di porre rimedio all’irresponsabilità che ha prevalso finora.
L’inquinamento delle acque è direttamente proporzionato al grado di sviluppo raggiunto dagli insediamenti umani. Le principali cause sono da ricondurre ai liquami domestici (residui organici, saponi, detersivi), al massiccio uso in agricoltura di pesticidi e fertilizzanti, che filtrano dal terreno e raggiungono le falde acquifere, al calore prodotto dagli impianti industriali e dalle centrali termoelettriche.
Una forma particolarmente grave di inquinamento causato dagli scarichi industriali è la cosiddetta eutrofizzazione, che qualche anno fa ha riguardato anche l’Adriatico: l’immissione nelle acque di alcuni elementi, come azoto e fosforo, favorisce la crescita eccessiva di alghe e piante acquatiche, che, sottraendo ossigeno ai pesci, ne provocano la morte.
Gli ecosistemi marini sono minacciati, oltre che dall’inquinamento, anche dalla pesca eccessiva e da metodi di cattura distruttivi. Nella maggior parte dei mari il numero dei pesci adulti, e in grado di riprodursi, è a livelli bassissimi.
Un altro rischio cui sono sottoposte le acque è il passaggio delle petroliere: troppe volte vere e proprie «carrette del mare» vi riversano tonnellate di petrolio.
Il 70% del globo terrestre è ricoperto di acqua, ma solo il 3% è costituito di acqua dolce e questa percentuale si riduce ulteriormente se si calcolano le risorse idriche effettivamente potabili.
Attualmente circa un miliardo e cento milioni di persone non hanno accesso  ad acqua sicura e il 40% della popolazione mondiale non dispone di servizi igienici. Tale deficit è all’origine dell’80% delle malattie presenti nei vari Paesi in via di sviluppo, in cui muoiono 6.000 bambini al giorno.

Adattato da: R. Amato, La cittadinanza come percorso, Simone Editore 2009

Barcone soccorso al largo di Bari, 8 arresti

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171 migranti sfidano i pericoli del mare e le leggi di altri Paesi per sfuggire alla povertà e alla guerra.

Bari, 19 novembre (TMNews). Erano partiti dieci giorni fa dall’Egitto.
Avevano pagato 4 mila euro per la traversata. Lo sbarco però non è andato a buon fine per 171 migranti intercettati la scorsa notte a 12 miglia al largo di Bari. Tra gli immigrati, tutti uomini di nazionalità egiziana, tranne 5 somali, c’erano 57 minorenni. A guidare il barcone 8 egiziani, i presunti scafisti che stamattina sono stati arrestati dalla polizia di frontiera, squadra mobile, finanza e capitaneria di porto.
I membri dell’equipaggio dovranno rispondere di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravata. I minorenni, una volta soccorsi e rifocillati, sono stati smistati in diversi centri di accoglienza. Gli adulti entro stasera saranno rimpatriati con un volo diretto da Bari in Egitto.
I clandestini sono arrivati dopo mezzanotte al porto barese, a bordo di un motopeschereccio lungo circa 30 metri, denominato «Squalo del mare». Alle 19 ieri sera l’imbarcazione era stata avvistata da una motovedetta della guardia costiera a circa 15 miglia dalla costa. I militari, viste le precarie condizioni del carico umano, hanno avviato immediatamente le procedure di soccorso.
Sono riusciti a salire a bordo del natante trainandolo. Nel frattempo gli scafisti hanno tentato di liberarsi di un involucro con all’interno 400 grammi di marijuana, lanciandolo in mare. Ma quando sono stati accerchiati da sei mezzi, tra guardia costiera e finanza, non c’era più possibilità di fuga.
Dopo l’attracco alla banchina, 7 immigrati sono stati trasportati in ospedale per un principio di assideramento. Le loro condizioni di salute sono migliorate col passare delle ore. Per tutta la notte le forze dell’ordine hanno eseguito le verifiche investigative. I militari hanno ascoltato gli immigrati e in tanti hanno raccontato di violenze e minacce subite nel corso della lunga traversata. In alcuni casi gli scafisti hanno fatto ricorso alle armi per intimorirli e mettere a tacere le loro proteste per le indecenti condizioni igieniche, e la mancanza di cibo e acqua.
I 10 scafisti individuati a bordo di quell’imbarcazione sono stati condannati ieri a 8 anni di reclusione con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravata dal numero di persone e dalla presenza di minori, e resistenza a nave da guerra.

Adattato da: www.notizie.virgilio.it

Uomo a pendolo

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Un uomo annoiato ritrova la gioia grazie al movimento oscillante di una sedia e di un ciondolo.

Se dai una sedia a dondolo
a un uomo che si annoia,
diventa un uomo a pendolo che dondola qua e là.
E dondolando il dondolo
gli passerà la noia, e dondolando il dondolo
la noia passerà.

Se doni un lungo ciondolo
a un uomo senza gioia,
diventa un uomo a pendolo
che canta il suo cucù.
E ciondolando il ciondolo
gli tornerà la gioia,
e dandogli quel ciondolo
gliel’hai donata tu.

Tratto da: R. Piumini, C’era un bambino profumato di latte, Mondadori 1988

Natale

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Un soldato in licenza dal fronte della prima guerra mondiale preferisce il riparo della casa alla confusione delle strade.

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

Tratto da: G. Ungaretti, Vita di un uomo, Mondadori 1969

Il pannello

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La descrizione del professor Giovanni La Magna ci restituisce il vivo ritratto di un uomo innamorato del proprio lavoro, e al tempo stesso leale e scherzoso coi suoi studenti.

Subito dopo diede inizio alla sua lezione. Bisogna che io ora nomini quest’uomo: Giovanni La Magna. Siciliano, completo conoscitore della lingua greca della quale aveva redatto una grammatica e un vocabolario, mostrava un corpo massiccio, dal passo pesante. Il volto era aperto, cordiale, e i tratti gli si spianavano quando con la sua grave voce di basso compitava i versi greci e latini facendo cadere l’accento sulle sillabe con suono incalzante di zoccolo di cavallo sul selciato. Ci innamorò di Grecia antica perché ne era innamorato.  Gli piaceva insegnare: questo verbo per lui si realizzava nell’accendere nei ragazzi la voglia di conoscere che sta in ognuno di loro e che aspetta a volte solo un invito sapiente. Era alla fine della sua carriera, mostrava anche più dei suoi sessant’anni. Aveva il gusto sicuro della battuta folgorante che detta dal suo faccione imperturbabile faceva esplodere la classe in una risata improvvisa, come un colpo di frusta. Non ne ha mai ripetuta una due volte, non le pescava da un repertorio, le inventava.
Incitava a essere leali con lui: non teneva conto di una insufficiente preparazione se lo studente gliela dichiarava spontaneamente prima della lezione. A chi si avvicinava alla cattedra per bisbigliare le sue giustificazioni, prestava ascolto con gesto scherzoso, appoggiando la mano all’orecchio e strabuzzando gli occhi per manifestare il suo stupore.

Adattato da: E. De Luca, In alto a sinistra, Feltrinelli 1999

Guardare il mare

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Tre bambini passeggiano lungo una spiaggia, e ogni particolare sembra prendere vita, nella descrizione precisa e sospesa d’immagini e suoni.

Tre bambini camminavano lungo una riva. Avanzavano, fianco a fianco tenendosi per mano. Hanno, visti così, la stessa statura, e certo anche la stessa età, sui dodici anni. Quello di mezzo, però, è un po’ più piccolo degli altri due.
A parte questi tre bambini la lunga spiaggia è tutta deserta. È una striscia di sabbia piuttosto larga, uniforme, senza massi isolati né pozze d’acqua, in lieve inclinazione, tra la scogliera a picco e il mare.
Il tempo è bellissimo. Il sole illumina la sabbia gialla con una luce violenta, verticale. Non c’è una nuvola in cielo. Non c’è vento neppure. L’acqua è azzurra, calma, senza la minima increspatura proveniente dal largo, benché la spiaggia sia aperta verso il mare aperto, fino all’orizzonte.
Ma a intervalli regolari, un’onda improvvisa, sempre la stessa sorta a pochi metri da riva, si gonfia a un tratto, e subito si frange, sempre allo stesso punto.
E tutto resta immobile di nuovo; e il mare, piatto e azzurro, si mantiene esattamente sempre alla stessa altezza sulla sabbia gialla della spiaggia, dove camminano fianco a fianco i tre bambini. Sono biondi, quasi dello stesso colore della sabbia: la pelle un po’ più scura, i capelli un po’ più chiari. Sono vestiti tutti e tre allo stesso modo, calzoni corti e camiciola, gli uni e l’altra di tela grezza di un blu slavato. Camminano fianco a fianco, tenendosi per mano, in linea retta, parallelamente al mare. Ai loro piedi, il sole, allo zenit, non fa ombra. Davanti a loro la sabbia è perfettamente intatta, gialla e liscia dalla roccia fino all’acqua.
Un branco di uccelli marini misura lentamente la riva, proprio sul limite delle onde. Procedono paralleli al tragitto dei bambini, nello stesso senso loro, a un centinaio di metri circa. Ma, siccome gli uccelli vanno molto più adagio, i bambini si avvicinano a essi. E mentre il mare cancella via via le tracce delle zampe stellate, i passi dei bambini rimangono impressi con evidenza nella sabbia umida, dove le tre file di impronte continuano ad allungarsi.
Quando i bambini sembrano finalmente sul punto di raggiungere gli uccelli, questi battono tutto a un tratto le ali e prendono il volo, prima uno, poi due, poi dieci. E tutto il branco, bianco e grigio, descrive una curva sopra il mare per tornare a posarsi sulla sabbia e rimettersi a misurarla, sempre nello stesso senso, proprio sul limite delle onde, a un centinaio di metri all’incirca.
A quella distanza, i movimenti dell’acqua sono quasi impercettibili, salvo un cambiamento improvviso di colore, ogni dieci secondi, nel momento in cui la schiuma prorompente brilla al sole.
Dieci secondi più tardi, l’onda che si gonfia torna a scavare la stessa depressione, dalla parte della spiaggia, con un brusio di ghiaia smossa.
La piccola cresta si frange; la schiuma lattiginosa risale nuovamente il declivio, riguadagnando i pochi centimetri di terreno perduto. Nel silenzio che segue, rintocchi lontanissimi di campana risuonano nell’aria calma. – Ecco la campana – dice il più piccolo dei ragazzi, quello che cammina nel mezzo.
Ma il rumore della ghiaia risucchiata dal mare copre lo squillo troppo fievole.
Bisogna aspettar la fine del rumore per percepire ancora dei suoni, deformati dalla distanza.
– È la prima campana – dice il più grande.
La piccola cresta si frange, sulla loro destra.
Quando la calma è tornata non odono più nulla. I tre bambini biondi camminano sempre con la stessa cadenza regolare, tenendosi tutti e tre per mano.
Davanti a loro, il branco di uccelli che era ormai a pochi passi, batte le ali e prende il volo.

Adattato da: A. Robbe-Grillet, Istantanee, Einaudi 1963

Orfeo ed Euridice

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Il giovane Orfeo, disperato per la morte dell’amatissima Euridice, è disposto a scendere agli Inferi per farla tornare in vita, ma la potenza del desiderio e l’amore per la sua sposa finiranno per vanificare l’incredibile impresa.

ITA1_s4_racc-60e61La musica di Orfeo non era solo quella di corde che vibrano, ma anche quella che il legno della lira aveva succhiato in acqua e in terra, ascoltato in pioggia e vento, quando era un albero vivo.
La voce di Orfeo era come luce narrata: frasi che placavano l’orecchio più di un silenzio e dissetavano la mente come il filo d’acqua fresca lentamente scioglie la sete.
Quel mattino Orfeo suonava e cantava con grazia ancor più grande: da tre giorni era sposo di Euridice, e la sua felicità non smetteva di crescere.
Così cantava Orfeo, accompagnandosi con la lira:

Euridice, mia sposa,
rosa leggera e chiara,
amica rara e vera,
frutto-fiore felice,
amica, viva Luna…

Non soltanto, come sempre accadeva, passanti e servitori smettevano ogni azione, incantati; non soltanto, come spesso accadeva, uccelli e animali del bosco si quietavano nell’ombra, in ascolto: quel mattino le stesse acque del fiume e l’aria del cielo rallentavano il loro viaggio per ascoltare e, fra le pietre immobili, più felici erano quelle che mostravano alla sua canzone la superficie più grande.
Un grido dalla collina spaccò la pace e la canzone. Un’ancella correva verso Orfeo con le braccia spalancate e i capelli sconvolti, gridando:
– Strappa le corde della tua lira, Orfeo! Strappa i tuoi capelli a uno a uno! Un serpe velenoso, rabbioso verme delle rocce, buio nodo invidioso della bellezza, si è sciolto sibilando e ha morso il piede di Euridice! La bella è morta! È morta! È morta! Possa la mia lingua bruciare come fiamma nella bocca, e i miei occhi perdere ogni luce e cadere, se quello che dico non è vero!
Niente si può dire del dolore di Orfeo.
Nessuno più lo sentì parlare o cantare. Però non si strappò i capelli, e non strappò le corde della sua lira. Senza bere e senza mangiare, dopo i funerali di Euridice, si mise in viaggio per raggiungere l’oltretomba, dove si raduna chi muore.

Camminò per strade sconosciute; navigò per mari dal nome misterioso, finché arrivò al fiume Stige, che stringe da ogni lato l’oltretomba. Qui sta Caronte, orribile vecchio senza tempo, sulla sua barca che come una conchiglia raccoglie il mare dei lamenti: su quella barca il vecchio traghetta i defunti verso il regno dell’ombra.
– Che fai qui, uomo vivo? – gridò Caronte a Orfeo. – Che fai qui, tu non sepolto e non cremato? Tu che non porti nella bocca monete per pagare il passaggio1?
Tu che non sei accompagnato da Ermete2, come lo sono tutti i defunti?
Tu sei straniero alla morte, su queste acque non passerai!
Orfeo impugnò la lira e disse:
– Non ho in bocca monete, Caronte: ma senti se quello che dalla mia bocca esce ti può pagare.

Silenzioso Caronte
oriente del dolore
bianco capitano dell’ombra
che tagli con la prua
le onde del ricordo…

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Così cantava Orfeo e Caronte ascoltava e piangeva. E poi lo fece salire sulla lunga barca nera e lo traghettò dall’altra parte dello Stige.
Ma alle porte dell’Ade stava Cerbero, il guardiano: latravano e ringhiavano le sue tre teste; sibilavano i serpenti della sua criniera; si srotolava la coda di drago, e i suoi artigli di leone graffiavano l’aria cupa. Ma Orfeo con la sua voce e la sua musica incantò anche l’orribile mostro.
Così Orfeo passò la porta del regno di Ade e camminò nel fondo silenzio, fra le ombre infinite che gli scivolavano accanto, sospirando dolorose come maschere d’aria. E finalmente giunse al centro del regno dei morti, e scese i mille scalini neri che portavano al palazzo di Ade. I demoni si scostavano stupiti al passaggio di quell’uomo vivo, e lo seguivano curiosi, con fischi e sussurri.
Orfeo giunse davanti al trono di Ade e Persefone3. Ade dormiva profondamente.
Persefone guardò il cantore con la fronte corrucciata, in silenzio.
– Gloriosa figlia di Zeus – lui disse. – Amatissima figlia di Demetra, io sono Orfeo il cantore. La fronte di Persefone si distese.
– Il tuo nome è arrivato fin qui, Orfeo. La tua voce è ricordata da coloro che l’hanno udita come una delle cose più dolci della vita. Perché ti presenti ora al centro dell’ombra?
– Euridice, mia sposa, è morta per il veleno di un serpe.
Sono qui per portarla con me nel regno dei vivi, perché non posso sopportare che muoia il mio amore.
Persefone si rifece perplessa e guardò rapidamente Ade, che continuava il suo sonno.

– Come puoi pensare di farlo, Orfeo? La legge di Ade non si rompe, Orfeo.
– Persefone – disse Orfeo impugnando la lira – ascolta.
Muovendo le dita sulle corde come le zampe di un ragno tessitore, Orfeo cantò una canzone lenta e festosa, che parlava del risveglio dei fiori a primavera, dopo i freddi mesi dell’inverno.

Il grano splende
come un culmine d’oro
sul fianco del colle
ferito di papaveri gentili…

Persefone ricordava la giovinezza luminosa, quando in primavera e in estate correva sui campi, sotto lo sguardo della madre Demetra, prima che la terra si aprisse e Ade la portasse nel buio profondo delle sue dimore. E pianse lacrime d’argento che le colavano sulla faccia e sulle vesti come una sciolta maschera ornamentale.
Orfeo finì e attese. L’ultima delle sue note si consumò nel cavo del palazzo di Ade. Persefone guardò un’altra volta lo sposo addormentato e disse piano:
– Venga con te Euridice, Orfeo. Per mio volere ti seguirà fino all’uscita dagli Inferi. Ma bada, uomo dal canto miracoloso, non guardarla prima della luce del Sole, o la perderai per sempre.
Orfeo si inchinò e si incamminò su per la scalinata, guardando davanti a sé.
A un tratto, dietro, sentì un respiro leggero e una presenza.
– Sei tu? – chiese senza voltarsi.
– Sono io – disse una voce leggera. – Perché non mi guardi?
– Non ti posso guardare, Euridice.
Proseguì in silenzio. Il suo sangue girava così in fretta, la sua gioia era così piena, che le corde della lira vibravano da sole in un accordo lunghissimo. Continuò a salire verso il lontanissimo punto di luce.
Pensava a Euridice, ai suoi occhi e alla sua bocca, alle sue mani e al suo corpo chiaro. Quasi senza volere, camminando, impugnò la lira e cantò la canzone che aveva composto per lei il giorno delle nozze, e che lei non aveva sentito.
Una, due, tre volte ripeté la canzone, perché la strada era lunga, e le sue mani inquiete: ma mentre cantava il desiderio di voltarsi si faceva più grande, come un veleno nel petto, forte e doloroso.
Per non cedere, a un tratto, tacque e continuò nel cammino a testa bassa, piangendo.

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– Perché non suoni più, Orfeo? – disse da dietro la voce di lei. – Perché non lasci più uscire la canzone? Era così dolce camminare e ascoltare il tuo canto!
Orfeo non rispose, e continuò il cammino.
– Ti prego, mio sposo! Erano stupende le parole! Canta ancora. Toccami con la tua voce.
Orfeo piangeva, e guardava la luce ora più vicina.
– Sposo dolce, perché taci? Non c’è musica per me nelle tue mani? Non c’è voce per me nella tua gola?
Ormai la luce, davanti a lui, era vera e forte. Già vedeva la cima dei cipressi e dei mirti che crescevano all’ingresso della caverna degli Inferi.
Impugnò la lira e riprese a cantare: e la musica non uscì soltanto dalla lira, ma anche dalle vene e dalle ossa del corpo, che vibravano come corde, e la sua voce fu musica pura. L’onda del desiderio lo colpì, immensa, e Orfeo si voltò a guardare Euridice.
La vide, bella e pallida, nell’ultima ombra della caverna. Fece un passo verso di lei, ma Euridice svanì, e dove lei era apparve Ermete, messaggero di Persefone.
– Troppo presto ti sei voltato, Orfeo: ora Euridice ti è tolta per sempre.
Ermete sparì, in un vento di polvere e foglie scure. Orfeo tentò di scendere nella caverna, ma il vento fortissimo lo respingeva.
Spinse e graffiò quel vento per un giorno intero. E poi pianse e pianse. Digiunò sette giorni. Per tre anni restò sul monte Rodope, solo e muto.

Tratto da: R. Piumini, Il circo di Zeus, Edizioni EL 1986

I limerick

Scritto da Gianni Rodari on . Postato in Classe 1

Un signore di Calcutta che mangia fino a strozzarsi, una giovane signora che suona l’arpa col mento, un imprudente dottore che finisce punto dal suo improbabile paziente: personaggi davvero curiosi sono i protagonisti di queste brevi e strampalate filastrocche.

 

C’era un certo signore a Calcutta,
S’abbuffava di strutto e di frutta;
Ma un bel dì un maritozzo
Incastrato nel gozzo
Strozzò il bieco signor di Calcutta.

Tratto da: E. Lear, Il libro del nonsense, Einaudi 2004

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C’era una signorina di Pozzillo
Il cui mento era a punta di spillo;
Lo fece limare per ore,
Comperò un’arpa d’autore
E arpeggiò col mento per Pozzillo.

Tratto da: E. Lear, Il libro del nonsense, Einaudi 2004

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C’era un vecchio in brache gialle:
Un grillo gli saltò sopra le spalle;
Quando sentì all’orecchio quel cri cri,
Per poco di paura non morí,
Quell’indifeso vecchio in brache gialle.

Tratto da: E. Lear, Il libro del nonsense, Einaudi 2004

 

Una volta un dottore di Ferrara
voleva levare le tonsille a una zanzara.
L’insetto si rivoltò
e il naso puncicò
a quel tonsillifico dottore di Ferrara.

Tratto da: G. Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi 2010

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Un abile cuoco di nome Dionigi
andava a comprare le uova a Parigi,
così invece di semplici frittate
faceva «omelettes» molto raffinate
quel furbo cuoco chiamato Dionigi.

Tratto da: G. Rodari, Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi 2007

La ragazza colomba

Scritto da Italo Calvino on . Postato in Classe 1

Un giovane povero e affamato accetta uno strano incarico per guadagnare qualcosa, ma si ritrova al servizio del potente e minaccioso Mago Savino. Con l’aiuto di un cavallo parlante e di un pizzico di furbizia, riuscirà a impossessarsi del tesoro del Mago e a sposare una bellissima e nobile fanciulla.

C’era una volta un picciotto, disperato come un cane.
Un giorno, meschinello, non avendo di che da mangiare, s’andò a sedere sulla riva del mare a vedere se poteva combinare qualcosa per non restare digiuno. Dopo un bel pezzo ch’era lì seduto, vide venire alla sua volta un Greco-levante1 che gli domandò: – Che cos’hai, figlio bello, che te ne stai così impensierito?
– Che volete che abbia? – rispose il picciotto. – Sono morto di fame; non ho da mangiare né da sperare.
– Oh figlio mio, sta’ allegro, vieni con me che ti darò da mangiare, e danari e tutto quello che vuoi.
– E che cosa devo fare? – disse il picciotto.
– Niente. Con me c’è da lavorare solo una volta all’anno.
Al povero picciotto venne un cuore grande così, meschinello. Fecero il contratto, e il tempo passava e il picciotto non aveva niente da fare. Una volta il Greco-levante lo chiamò e disse: – Sella due cavalli che dobbiamo partire.
Il picciotto preparò e partirono. Cammina cammina, arrivarono ai piedi di un’alta montagna. Il Greco-levante disse: – Ora devi salire lassù in cima.
– E come faccio? – disse il picciotto.
– Questo lo so io.
– E se non ci volessi salire?
– Abbiamo stabilito che dovessi lavorare una volta all’anno. Ti piaccia o non ti piaccia, questa è la volta. Devi andare lassù in cima e buttarmi giù tutte le pietre che ci sono. Detto questo, prese un cavallo, lo uccise, lo spellò e fece entrare il picciotto nella pelle. In quella un’aquila che volava in cielo vide la pelle di cavallo, s’abbassò, la prese coi suoi artigli e la sollevò in cielo, col picciotto dentro. L’aquila si posò sulla cima della montagna e il picciotto saltò fuori dalla pelle. – Buttami giù le pietre! – gridò di sotto il Greco-levante.

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Il picciotto si guardò intorno: altro che pietre! Erano brillanti, diamanti e verghe d’oro, grosse come alberi! Guardò giù e c’era il Greco-levante che sembrava una formica e gridava: – Dai, giù, butta le pietre!
Il picciotto pensò: adesso, se gli getto le pietre, lui mi lascia quassù in cima e non posso più tornare giù.
È meglio che le pietre me le tenga io e veda di cavarmi d’impaccio da solo.
Esplorò bene la cima della montagna e vide una specie di bocca di pozzo. Alzò il coperchio, si calò giù e si trovò in un bellissimo palazzo. Era il palazzo del Mago Savino.
– Cosa cerchi sulla mia montagna? – disse il Mago appena lo vide. – Io ti faccio arrosto e ti mangio! Tu sei venuto a rubarmi le pietre per quel brigante del Greco-levante. Tutti gli anni mi fa questo scherzo, e tutti gli anni mi mangio un suo servitore!
Il povero picciotto, tutto tremante, si buttò ai suoi piedi e gli giurò che non aveva nessuna pietra.
– Se è vero, – disse il Mago Savino – sarai salvo.
Andò su, contò le pietre, e vide che non ne mancavano.
– Bene, – disse il Mago, – hai detto la verità. Ti prendo a mio servizio. Io ho dodici cavalli. Ogni mattina tu darai novantanove legnate a ciascun cavallo: ma bada bene, i colpi voglio sentirli io da qui. Hai capito?
Alla mattina, il picciotto andò con un grosso bastone nella stalla, ma aveva compassione dei cavalli e non sapeva come fare. Un cavallo allora si voltò e gli parlò: – Non ci battere, una volta eravamo uomini e siamo stati cambiati in cavalli dal Mago Savino. Da’ le bastonate per terra e noi nitriremo come se fossimo picchiati.
ITA1_s2_racc-26e27-2Il picciotto seguì il consiglio e il Mago sentiva il colpo del randello e i nitriti ed era contento. – Senti, – disse un giorno uno di quei cavalli al picciotto – vuoi trovare la fortuna? Va’ in giardino e troverai una bella vasca.
Ci vanno ogni mattina dodici colombe a bere, s’infilano in acqua ed escono dodici ragazze belle come il sole, che posano le loro vesti da colomba appese a un albero, e si mettono a giocare. Tu non devi far altro che nasconderti tra gli alberi, e quando sono nel bel mezzo del gioco, afferrare la veste della più bella di tutte e nascondertela in seno. Lei ti dirà:
«Dammi la veste! Dammi la veste!» Ma tu guardati bene dal dargliela, sai, sta’ attento, perché sennò ridiventa colomba e se ne vola con le altre.
Il picciotto fece come gli aveva detto il cavallo: si rannicchiò in un punto dove non poteva essere visto, e aspettò la mattina. Alle prime luci, sentì un frullo sempre più forte; fece capolino e vide uno stormo di colombe. Facendosi piccino piccino si disse: «Zitto che son loro!» Giunto alla fonte, le colombe bevvero e poi si tuffarono nell’acqua, quando affiorarono di nuovo erano dodici belle ragazze che parevano angeli scesi dal cielo, e cominciarono a giocare tra loro, correndo e facendo le pazze.
Il picciotto, quando gli parve il momento, uscì adagio adagio, cacciò una mano, afferrò una veste e se la ficcò sotto la pettorina della giubba. Allora tutte le ragazze ridiventarono colombe e scomparvero a volo per l’aria. Soltanto una non ritrovò la sua veste di colomba e restò sola di fronte a lui, e non sapeva dir altro che: – Dammi la veste! Dammi la veste! – Il picciotto scappò via, e la ragazza gli correva dietro. Finalmente, dopo aver corso per una lunga strada (era il cavallo che gliel’aveva insegnata) arrivò a casa sua e presentò la ragazza alla madre: – Madre mia, questa è la mia sposa: sta’ bene attenta a non farla uscire!
Prima d’andarsene dalla montagna, s’era riempito le tasche di pietre preziose.
E appena a casa sua, pensò di andarle a vendere. La ragazza restò sola con la suocera, e per tutto il giorno non faceva altro che intronarle il capo dicendole:
– Dammi la veste! Dammi la veste!
Fino a che la donna non ne poté più: – Madonna mia! Questa è come un sonaglio attaccato all’orecchio. Vediamo se trovo questa veste!
Pensò che il figlio doveva averla messa nel cassone del canterano2. Cercò, e difatti trovò una bella veste da colomba. – Forse è questa, figlia mia? – Non l’aveva ancora tirata fuori, che la ragazza l’afferrò, se la buttò addosso, ridiventò colomba e volò via. La vecchia, a questo tiro, restò più morta che viva.
– Come faccio ora che viene mio figlio? Cosa gli dico, quando non vedrà più la sua sposa? – Proprio in quel momento sentì il campanello ed era il figlio, che a non trovare più sua moglie si gonfiò di rabbia come una vescica. – Oh mamma, che tradimento m’avete fatto! – Gridò. Poi, quando la sua rabbia fu sbollita, disse: – Mamma, datemi la santa benedizione che vado a ritrovarla.

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– Mise un pezzo di pane nella bisaccia e partì.
Traversando un bosco incontrò tre briganti che litigavano. Lo chiamarono e gli dissero: – Tu che sei forestiero, facci da giudice. Abbiamo rubato tre oggetti e ora siamo in lite per spartirceli. Dicci come dobbiamo fare.
– Che oggetti sono?
– Una borsa che ogni volta che l’apri è piena di quattrini, un paio di stivali che ti fanno camminare più del vento, e un mantello che quando lo metti, vedi e non sei visto.
Il picciotto disse: – Fatemi provare se è vero quello che dite. – Si mise gli stivali, prese la borsa e poi si avvolse nel mantello. – Mi vedete? – chiese.
– No! – risposero i briganti.
– Allora non mi vedrete mai più. – Scappò via con gli stivali come il vento, e arrivò in cima alla montagna del Mago Savino.
Si nascose di nuovo vicino alla vasca e vide le colombe venire a bere, e la sua in mezzo a loro. Saltò fuori e portò via la veste di lei appesa all’albero.
– Dammi la veste! Dammi la veste! – ricominciò a gridare quella. Ma il picciotto questa volta fu svelto, le diede fuoco e la bruciò.
– Sì, – disse la ragazza, – ora resterò con te e sarò la tua sposa, ma prima devi andare a tagliare la testa al Mago Savino, e devi far ridiventare uomini i dodici cavalli che sono nella stalla. Basta che strappi tre peli dalla criniera a ciascuno. Il picciotto col suo mantello che lo rendeva invisibile tagliò la testa al Mago, poi liberò i dodici cavalieri trasformati in cavalli, prese tutte le pietre preziose, e tornò a casa con la fanciulla che era la figlia del Re di Spagna.

Tratto da: I. Calvino, Fiabe italiane, Mondadori 1993

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