La ragazza colomba

Un giovane povero e affamato accetta uno strano incarico per guadagnare qualcosa, ma si ritrova al servizio del potente e minaccioso Mago Savino. Con l’aiuto di un cavallo parlante e di un pizzico di furbizia, riuscirà a impossessarsi del tesoro del Mago e a sposare una bellissima e nobile fanciulla.

C’era una volta un picciotto, disperato come un cane.
Un giorno, meschinello, non avendo di che da mangiare, s’andò a sedere sulla riva del mare a vedere se poteva combinare qualcosa per non restare digiuno. Dopo un bel pezzo ch’era lì seduto, vide venire alla sua volta un Greco-levante1 che gli domandò: – Che cos’hai, figlio bello, che te ne stai così impensierito?
– Che volete che abbia? – rispose il picciotto. – Sono morto di fame; non ho da mangiare né da sperare.
– Oh figlio mio, sta’ allegro, vieni con me che ti darò da mangiare, e danari e tutto quello che vuoi.
– E che cosa devo fare? – disse il picciotto.
– Niente. Con me c’è da lavorare solo una volta all’anno.
Al povero picciotto venne un cuore grande così, meschinello. Fecero il contratto, e il tempo passava e il picciotto non aveva niente da fare. Una volta il Greco-levante lo chiamò e disse: – Sella due cavalli che dobbiamo partire.
Il picciotto preparò e partirono. Cammina cammina, arrivarono ai piedi di un’alta montagna. Il Greco-levante disse: – Ora devi salire lassù in cima.
– E come faccio? – disse il picciotto.
– Questo lo so io.
– E se non ci volessi salire?
– Abbiamo stabilito che dovessi lavorare una volta all’anno. Ti piaccia o non ti piaccia, questa è la volta. Devi andare lassù in cima e buttarmi giù tutte le pietre che ci sono. Detto questo, prese un cavallo, lo uccise, lo spellò e fece entrare il picciotto nella pelle. In quella un’aquila che volava in cielo vide la pelle di cavallo, s’abbassò, la prese coi suoi artigli e la sollevò in cielo, col picciotto dentro. L’aquila si posò sulla cima della montagna e il picciotto saltò fuori dalla pelle. – Buttami giù le pietre! – gridò di sotto il Greco-levante.

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Il picciotto si guardò intorno: altro che pietre! Erano brillanti, diamanti e verghe d’oro, grosse come alberi! Guardò giù e c’era il Greco-levante che sembrava una formica e gridava: – Dai, giù, butta le pietre!
Il picciotto pensò: adesso, se gli getto le pietre, lui mi lascia quassù in cima e non posso più tornare giù.
È meglio che le pietre me le tenga io e veda di cavarmi d’impaccio da solo.
Esplorò bene la cima della montagna e vide una specie di bocca di pozzo. Alzò il coperchio, si calò giù e si trovò in un bellissimo palazzo. Era il palazzo del Mago Savino.
– Cosa cerchi sulla mia montagna? – disse il Mago appena lo vide. – Io ti faccio arrosto e ti mangio! Tu sei venuto a rubarmi le pietre per quel brigante del Greco-levante. Tutti gli anni mi fa questo scherzo, e tutti gli anni mi mangio un suo servitore!
Il povero picciotto, tutto tremante, si buttò ai suoi piedi e gli giurò che non aveva nessuna pietra.
– Se è vero, – disse il Mago Savino – sarai salvo.
Andò su, contò le pietre, e vide che non ne mancavano.
– Bene, – disse il Mago, – hai detto la verità. Ti prendo a mio servizio. Io ho dodici cavalli. Ogni mattina tu darai novantanove legnate a ciascun cavallo: ma bada bene, i colpi voglio sentirli io da qui. Hai capito?
Alla mattina, il picciotto andò con un grosso bastone nella stalla, ma aveva compassione dei cavalli e non sapeva come fare. Un cavallo allora si voltò e gli parlò: – Non ci battere, una volta eravamo uomini e siamo stati cambiati in cavalli dal Mago Savino. Da’ le bastonate per terra e noi nitriremo come se fossimo picchiati.
ITA1_s2_racc-26e27-2Il picciotto seguì il consiglio e il Mago sentiva il colpo del randello e i nitriti ed era contento. – Senti, – disse un giorno uno di quei cavalli al picciotto – vuoi trovare la fortuna? Va’ in giardino e troverai una bella vasca.
Ci vanno ogni mattina dodici colombe a bere, s’infilano in acqua ed escono dodici ragazze belle come il sole, che posano le loro vesti da colomba appese a un albero, e si mettono a giocare. Tu non devi far altro che nasconderti tra gli alberi, e quando sono nel bel mezzo del gioco, afferrare la veste della più bella di tutte e nascondertela in seno. Lei ti dirà:
«Dammi la veste! Dammi la veste!» Ma tu guardati bene dal dargliela, sai, sta’ attento, perché sennò ridiventa colomba e se ne vola con le altre.
Il picciotto fece come gli aveva detto il cavallo: si rannicchiò in un punto dove non poteva essere visto, e aspettò la mattina. Alle prime luci, sentì un frullo sempre più forte; fece capolino e vide uno stormo di colombe. Facendosi piccino piccino si disse: «Zitto che son loro!» Giunto alla fonte, le colombe bevvero e poi si tuffarono nell’acqua, quando affiorarono di nuovo erano dodici belle ragazze che parevano angeli scesi dal cielo, e cominciarono a giocare tra loro, correndo e facendo le pazze.
Il picciotto, quando gli parve il momento, uscì adagio adagio, cacciò una mano, afferrò una veste e se la ficcò sotto la pettorina della giubba. Allora tutte le ragazze ridiventarono colombe e scomparvero a volo per l’aria. Soltanto una non ritrovò la sua veste di colomba e restò sola di fronte a lui, e non sapeva dir altro che: – Dammi la veste! Dammi la veste! – Il picciotto scappò via, e la ragazza gli correva dietro. Finalmente, dopo aver corso per una lunga strada (era il cavallo che gliel’aveva insegnata) arrivò a casa sua e presentò la ragazza alla madre: – Madre mia, questa è la mia sposa: sta’ bene attenta a non farla uscire!
Prima d’andarsene dalla montagna, s’era riempito le tasche di pietre preziose.
E appena a casa sua, pensò di andarle a vendere. La ragazza restò sola con la suocera, e per tutto il giorno non faceva altro che intronarle il capo dicendole:
– Dammi la veste! Dammi la veste!
Fino a che la donna non ne poté più: – Madonna mia! Questa è come un sonaglio attaccato all’orecchio. Vediamo se trovo questa veste!
Pensò che il figlio doveva averla messa nel cassone del canterano2. Cercò, e difatti trovò una bella veste da colomba. – Forse è questa, figlia mia? – Non l’aveva ancora tirata fuori, che la ragazza l’afferrò, se la buttò addosso, ridiventò colomba e volò via. La vecchia, a questo tiro, restò più morta che viva.
– Come faccio ora che viene mio figlio? Cosa gli dico, quando non vedrà più la sua sposa? – Proprio in quel momento sentì il campanello ed era il figlio, che a non trovare più sua moglie si gonfiò di rabbia come una vescica. – Oh mamma, che tradimento m’avete fatto! – Gridò. Poi, quando la sua rabbia fu sbollita, disse: – Mamma, datemi la santa benedizione che vado a ritrovarla.

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– Mise un pezzo di pane nella bisaccia e partì.
Traversando un bosco incontrò tre briganti che litigavano. Lo chiamarono e gli dissero: – Tu che sei forestiero, facci da giudice. Abbiamo rubato tre oggetti e ora siamo in lite per spartirceli. Dicci come dobbiamo fare.
– Che oggetti sono?
– Una borsa che ogni volta che l’apri è piena di quattrini, un paio di stivali che ti fanno camminare più del vento, e un mantello che quando lo metti, vedi e non sei visto.
Il picciotto disse: – Fatemi provare se è vero quello che dite. – Si mise gli stivali, prese la borsa e poi si avvolse nel mantello. – Mi vedete? – chiese.
– No! – risposero i briganti.
– Allora non mi vedrete mai più. – Scappò via con gli stivali come il vento, e arrivò in cima alla montagna del Mago Savino.
Si nascose di nuovo vicino alla vasca e vide le colombe venire a bere, e la sua in mezzo a loro. Saltò fuori e portò via la veste di lei appesa all’albero.
– Dammi la veste! Dammi la veste! – ricominciò a gridare quella. Ma il picciotto questa volta fu svelto, le diede fuoco e la bruciò.
– Sì, – disse la ragazza, – ora resterò con te e sarò la tua sposa, ma prima devi andare a tagliare la testa al Mago Savino, e devi far ridiventare uomini i dodici cavalli che sono nella stalla. Basta che strappi tre peli dalla criniera a ciascuno. Il picciotto col suo mantello che lo rendeva invisibile tagliò la testa al Mago, poi liberò i dodici cavalieri trasformati in cavalli, prese tutte le pietre preziose, e tornò a casa con la fanciulla che era la figlia del Re di Spagna.

Tratto da: I. Calvino, Fiabe italiane, Mondadori 1993

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Italo Calvino

Italo Calvino

Intellettuale di grande impegno politico, civile e culturale, è stato uno dei narratori italiani più importanti del Novecento. Ha frequentato molte delle principali tendenze letterarie a lui coeve, dal Neorealismo al Postmoderno, ma tenendo sempre una certa distanza da esse e svolgendo un proprio personale e coerente percorso di ricerca. Di qui l'impressione contraddittoria che offrono la sua opera e la sua personalità: da un lato una grande varietà di atteggiamenti che riflette il vario succedersi delle poetiche e degli indirizzi culturali nel quarantennio fra il 1945 e il 1985; dall'altro, invece, una sostanziale unità determinata da un atteggiamento ispirato a un razionalismo più metodologico che ideologico, dal gusto dell'ironia, dall'interesse per le scienze e per i tentativi di spiegazione del mondo, nonché, sul piano stilistico, da una scrittura sempre cristallina e a volte, si direbbe, classica. I numerosi campi d'interesse toccati dal suo percorso letterario, sono meditati e raccontati attraverso capolavori quali la trilogia de I nostri antenati, Marcovaldo, Le cosmicomiche, Se una notte d'inverno un viaggiatore, uniti dal filo conduttore della riflessione sulla storia e la società contemporanea.

Commenti (10)

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    Biblioteca

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    Le fiabe mi colpiscono sempre per la loro ingenuità, qualche volta così evidente da diventare quasi comica: la frase più divertente? “Madonna mia! Questa è come un sonaglio attaccato all’orecchio”.
    p.s. confesso che di Calvino preferisco i romanzi…

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      molly

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      secondo me i lracconto e bellissimo per ce durante le vacanze leggevo sempre quel racconto dal libro dele vacanze troppo fiko

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    Agnese

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    E’ una fiaba molto divertente e simpatica, piena di intrighi seppur nella sua semplicità.

    Molto carina la parte in cui il protagonista trova i tre oggetti magici dai briganti (il mantello dell’invisibilità, la borsa che si riempie di soldi se aperta, gli stivali che fanno correre più veloci del vento).

    Solo una cosa non capisco… cosa significa PICCIOTTO??? o_O 😉

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      Lucrezia

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      Agnese, picciotto è una parola in dialetto siciliano vuol dire “ragazzo”

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    gabriele

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    La fiaba del picciotto mi è sembrata a dir poco significativo,anche se la parte in cui il picciotto imbroglia i tre briganti era molto divertente 😉

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      gabriele

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      Questa fiaba mi ha divertito molto in particolare quando il picciotto imbroglia i tre briganti

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    Alex

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    Una fiaba davvero bella, mi è piaciuta la parte in cui il protagonista se ne va lasciando il Greco levante solo, in fondo alla montagna.

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    michele siroti

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    Questo libro anche se è stato molto lungo è stato comunque molto bello per le sue storie piacevoli

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    Giulia Cagnasso

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    Che significato ha questa favola?qualcuno me la sa spiegare?

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