Orfeo ed Euridice

Il giovane Orfeo, disperato per la morte dell’amatissima Euridice, è disposto a scendere agli Inferi per farla tornare in vita, ma la potenza del desiderio e l’amore per la sua sposa finiranno per vanificare l’incredibile impresa.

ITA1_s4_racc-60e61La musica di Orfeo non era solo quella di corde che vibrano, ma anche quella che il legno della lira aveva succhiato in acqua e in terra, ascoltato in pioggia e vento, quando era un albero vivo.
La voce di Orfeo era come luce narrata: frasi che placavano l’orecchio più di un silenzio e dissetavano la mente come il filo d’acqua fresca lentamente scioglie la sete.
Quel mattino Orfeo suonava e cantava con grazia ancor più grande: da tre giorni era sposo di Euridice, e la sua felicità non smetteva di crescere.
Così cantava Orfeo, accompagnandosi con la lira:

Euridice, mia sposa,
rosa leggera e chiara,
amica rara e vera,
frutto-fiore felice,
amica, viva Luna…

Non soltanto, come sempre accadeva, passanti e servitori smettevano ogni azione, incantati; non soltanto, come spesso accadeva, uccelli e animali del bosco si quietavano nell’ombra, in ascolto: quel mattino le stesse acque del fiume e l’aria del cielo rallentavano il loro viaggio per ascoltare e, fra le pietre immobili, più felici erano quelle che mostravano alla sua canzone la superficie più grande.
Un grido dalla collina spaccò la pace e la canzone. Un’ancella correva verso Orfeo con le braccia spalancate e i capelli sconvolti, gridando:
– Strappa le corde della tua lira, Orfeo! Strappa i tuoi capelli a uno a uno! Un serpe velenoso, rabbioso verme delle rocce, buio nodo invidioso della bellezza, si è sciolto sibilando e ha morso il piede di Euridice! La bella è morta! È morta! È morta! Possa la mia lingua bruciare come fiamma nella bocca, e i miei occhi perdere ogni luce e cadere, se quello che dico non è vero!
Niente si può dire del dolore di Orfeo.
Nessuno più lo sentì parlare o cantare. Però non si strappò i capelli, e non strappò le corde della sua lira. Senza bere e senza mangiare, dopo i funerali di Euridice, si mise in viaggio per raggiungere l’oltretomba, dove si raduna chi muore.

Camminò per strade sconosciute; navigò per mari dal nome misterioso, finché arrivò al fiume Stige, che stringe da ogni lato l’oltretomba. Qui sta Caronte, orribile vecchio senza tempo, sulla sua barca che come una conchiglia raccoglie il mare dei lamenti: su quella barca il vecchio traghetta i defunti verso il regno dell’ombra.
– Che fai qui, uomo vivo? – gridò Caronte a Orfeo. – Che fai qui, tu non sepolto e non cremato? Tu che non porti nella bocca monete per pagare il passaggio1?
Tu che non sei accompagnato da Ermete2, come lo sono tutti i defunti?
Tu sei straniero alla morte, su queste acque non passerai!
Orfeo impugnò la lira e disse:
– Non ho in bocca monete, Caronte: ma senti se quello che dalla mia bocca esce ti può pagare.

Silenzioso Caronte
oriente del dolore
bianco capitano dell’ombra
che tagli con la prua
le onde del ricordo…

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Così cantava Orfeo e Caronte ascoltava e piangeva. E poi lo fece salire sulla lunga barca nera e lo traghettò dall’altra parte dello Stige.
Ma alle porte dell’Ade stava Cerbero, il guardiano: latravano e ringhiavano le sue tre teste; sibilavano i serpenti della sua criniera; si srotolava la coda di drago, e i suoi artigli di leone graffiavano l’aria cupa. Ma Orfeo con la sua voce e la sua musica incantò anche l’orribile mostro.
Così Orfeo passò la porta del regno di Ade e camminò nel fondo silenzio, fra le ombre infinite che gli scivolavano accanto, sospirando dolorose come maschere d’aria. E finalmente giunse al centro del regno dei morti, e scese i mille scalini neri che portavano al palazzo di Ade. I demoni si scostavano stupiti al passaggio di quell’uomo vivo, e lo seguivano curiosi, con fischi e sussurri.
Orfeo giunse davanti al trono di Ade e Persefone3. Ade dormiva profondamente.
Persefone guardò il cantore con la fronte corrucciata, in silenzio.
– Gloriosa figlia di Zeus – lui disse. – Amatissima figlia di Demetra, io sono Orfeo il cantore. La fronte di Persefone si distese.
– Il tuo nome è arrivato fin qui, Orfeo. La tua voce è ricordata da coloro che l’hanno udita come una delle cose più dolci della vita. Perché ti presenti ora al centro dell’ombra?
– Euridice, mia sposa, è morta per il veleno di un serpe.
Sono qui per portarla con me nel regno dei vivi, perché non posso sopportare che muoia il mio amore.
Persefone si rifece perplessa e guardò rapidamente Ade, che continuava il suo sonno.

– Come puoi pensare di farlo, Orfeo? La legge di Ade non si rompe, Orfeo.
– Persefone – disse Orfeo impugnando la lira – ascolta.
Muovendo le dita sulle corde come le zampe di un ragno tessitore, Orfeo cantò una canzone lenta e festosa, che parlava del risveglio dei fiori a primavera, dopo i freddi mesi dell’inverno.

Il grano splende
come un culmine d’oro
sul fianco del colle
ferito di papaveri gentili…

Persefone ricordava la giovinezza luminosa, quando in primavera e in estate correva sui campi, sotto lo sguardo della madre Demetra, prima che la terra si aprisse e Ade la portasse nel buio profondo delle sue dimore. E pianse lacrime d’argento che le colavano sulla faccia e sulle vesti come una sciolta maschera ornamentale.
Orfeo finì e attese. L’ultima delle sue note si consumò nel cavo del palazzo di Ade. Persefone guardò un’altra volta lo sposo addormentato e disse piano:
– Venga con te Euridice, Orfeo. Per mio volere ti seguirà fino all’uscita dagli Inferi. Ma bada, uomo dal canto miracoloso, non guardarla prima della luce del Sole, o la perderai per sempre.
Orfeo si inchinò e si incamminò su per la scalinata, guardando davanti a sé.
A un tratto, dietro, sentì un respiro leggero e una presenza.
– Sei tu? – chiese senza voltarsi.
– Sono io – disse una voce leggera. – Perché non mi guardi?
– Non ti posso guardare, Euridice.
Proseguì in silenzio. Il suo sangue girava così in fretta, la sua gioia era così piena, che le corde della lira vibravano da sole in un accordo lunghissimo. Continuò a salire verso il lontanissimo punto di luce.
Pensava a Euridice, ai suoi occhi e alla sua bocca, alle sue mani e al suo corpo chiaro. Quasi senza volere, camminando, impugnò la lira e cantò la canzone che aveva composto per lei il giorno delle nozze, e che lei non aveva sentito.
Una, due, tre volte ripeté la canzone, perché la strada era lunga, e le sue mani inquiete: ma mentre cantava il desiderio di voltarsi si faceva più grande, come un veleno nel petto, forte e doloroso.
Per non cedere, a un tratto, tacque e continuò nel cammino a testa bassa, piangendo.

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– Perché non suoni più, Orfeo? – disse da dietro la voce di lei. – Perché non lasci più uscire la canzone? Era così dolce camminare e ascoltare il tuo canto!
Orfeo non rispose, e continuò il cammino.
– Ti prego, mio sposo! Erano stupende le parole! Canta ancora. Toccami con la tua voce.
Orfeo piangeva, e guardava la luce ora più vicina.
– Sposo dolce, perché taci? Non c’è musica per me nelle tue mani? Non c’è voce per me nella tua gola?
Ormai la luce, davanti a lui, era vera e forte. Già vedeva la cima dei cipressi e dei mirti che crescevano all’ingresso della caverna degli Inferi.
Impugnò la lira e riprese a cantare: e la musica non uscì soltanto dalla lira, ma anche dalle vene e dalle ossa del corpo, che vibravano come corde, e la sua voce fu musica pura. L’onda del desiderio lo colpì, immensa, e Orfeo si voltò a guardare Euridice.
La vide, bella e pallida, nell’ultima ombra della caverna. Fece un passo verso di lei, ma Euridice svanì, e dove lei era apparve Ermete, messaggero di Persefone.
– Troppo presto ti sei voltato, Orfeo: ora Euridice ti è tolta per sempre.
Ermete sparì, in un vento di polvere e foglie scure. Orfeo tentò di scendere nella caverna, ma il vento fortissimo lo respingeva.
Spinse e graffiò quel vento per un giorno intero. E poi pianse e pianse. Digiunò sette giorni. Per tre anni restò sul monte Rodope, solo e muto.

Tratto da: R. Piumini, Il circo di Zeus, Edizioni EL 1986

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Commenti (7)

  • Biblioteca

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    Ho letto questa storia tante volte e ogni volta vorrei che la conclusione fosse diversa: proprio non mi va giù Narciso (Orfeo) che non sa resistere altri trenta secondi e rovina tutto per sempre… ma forse è proprio per questo che è uno dei miti più belli.

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  • Agnese

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    Che tristezza! 🙁
    Povero Orfeo, poteva aspettare a voltarsi?

    Ma dopotutto, lasciando stare il finale, è davvero un mito molto bello.

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  • Nicola

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    Ho appena letto il racconto e il finale non mi ha molto convinto. E’ decisamente triste , mi sarebbe piaciuto di più se Orfeo avesse rinunciato alla vita per stare in eterno con la sua amata negli inferi. Però tralaciando il finale è un bel mito , che merita un bel 8

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  • Lucrezia

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    Forse Persefone, avrebbe dovuto svegliare Ade, che essendo il re degli inferi avrebbe potuto trovare una soluzione più semplice.
    La storia èmolto bella ma non è nel mio genere

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  • Sofia

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    Mi sono piaciute moltissimissimo le parole delle canzoni di Orfeo, così originali e poetiche! Soprattutto quelle dedicate ad Euridice,,,rosa leggera e chiara! Voto 10 e lode!

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  • gabriele

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    Il mito di Orfeo è senza dubbio il testo più bello che puoi trovare sul libro(SI parte 1).I miti sono il mio genere letterario preferito(dopo i limerik).
    Questo mito è davvero molto bello perchè narra le gesta di un cantore che intraprende un viaggio negli inferi facendo affidamento alla sua abilità nel suonare la cetra che lo condurrà alla sua sposa:Euridice.Purtroppo,come nella maggior parte degli altri miti greci,Orfeo non riuscirà a portare a termine la sua nobile impresa.peccato;(

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  • MARTINA M

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    il libro mi è piaciuto molto perché la trama era molto avvincente . VI CONSIGLIO DI LEGGERLO!!!!!!!!

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