A caccia del mostro marino

Nelle acque del Pacifico, duecento miglia a largo del Giappone, la fregata Abraham Lincoln è a caccia di un misterioso mostro marino. Ma il terribile animale, già dai primi scontri, da preda si trasforma in predatore, e si comincia a sospettare della sua reale natura.

Il 5 novembre, a mezzogiorno, scadeva il termine stabilito; dopo quest’ora il comandante Farragut doveva volgere a sud-est, e abbandonare definitivamente le regioni settentrionali del Pacifico. La fregata si trovava allora a 31° 15’ di latitudine nord, e a 136° 42’ di longitudine est. Le terre del Giappone erano a meno di duecento miglia sottovento.
Erano suonate le venti e la notte si avvicinava. La luna, che era nel suo primo quarto, era velata da una fitta nuvolaglia, e il mare ondeggiava tranquillamente sotto la ruota di prua della fregata.
In quel momento io ero a prua, appoggiato all’impavesata di dritta. Consiglio, che mi stava vicino, guardava dinanzi a sé; l’equipaggio, appollaiato sulle sartie, guardava l’orizzonte che andava oscurandosi a poco a poco. Gli ufficiali scandagliavano con i loro cannocchiali l’oscurità crescente. A volte, l’oceano scintillava al raggio della luna, che trapelava fra le nuvole: poi ogni traccia luminosa svaniva tra le tenebre.
A un tratto il silenzio fu rotto da un alto grido lanciato da Ned Land. A quel grido l’intero equipaggio si precipitò incontro al fiociniere: comandante, ufficiali, mastri, marinai e mozzi, fino ai meccanici e ai fuochisti che abbandonarono le macchine e le caldaie.
Era stato dato l’ordine di stoppare.mostro marino

L’oscurità era profonda, e quantunque gli occhi del canadese fossero molto buoni, io mi chiedevo che cosa avesse visto, e che cosa avesse potuto vedere; il cuore mi batteva molto forte. Ma Ned Land non s’era ingannato, e tutti potemmo scorgere l’oggetto che egli indicava con la mano.
A circa due gomene a dritta dell’Abraham Lincoln sembrava che il mare fosse illuminato dalla profondità. Non era certamente un semplice fenomeno di fosforescenza, e non ci si poteva ingannare. Il mostro, immerso parecchie tese sotto la superficie dell’acqua, mandava questo bagliore intenso e inesplicabile, ricordato nei rapporti di molti capitani. Quella magnifica irradiazione doveva essere prodotta da una sorgente di grande forza luminosa. La zona di luce disegnava sul mare un immenso ovale molto allargato, nel centro del quale si condensava un focolare ardente, dalla luce abbagliante, che andava lentamente scemando.
Un grido generale si udì dalla fregata.
– Silenzio! – ordinò il comandante Farragut. – La barra a sopravvento, tutta! E macchina indietro!
I marinai si precipitarono alla barra, e i meccanici alle macchine. Il vapore fu immediatamente frenato, e l’Abraham Lincoln, piegando a sinistra, descrisse un semicerchio.
– Timone a dritta, e macchina avanti! – gridò il comandante Farragut.

Gli ordini furono eseguiti, e la fregata si allontanò rapidamente dal punto luminoso. O meglio: volle allontanarsi, ma il mostro sconosciuto si riaccostò con una velocità doppia della sua. Eravamo tutti presi dall’emozione; lo stupore, più che il timore, ci teneva muti e immobili. L’animale ci inseguì giocherellando intorno alla fregata che filava a quattordici nodi, e l’avvolse con la sua luce come con un pulviscolo luminoso; poi si allontanò due o tre miglia lasciandosi dietro una striscia fosforescente, paragonabile ai getti di vapore che lascia una locomotiva. D’un tratto, dagli oscuri confini dell’orizzonte, dove era andato a prendere lo slancio, il mostro mosse improvvisamente verso l’Abraham Lincoln con una rapidità spaventosa; si fermò di colpo a venti piedi, e si sommerse, non però sprofondando adagio adagio, poiché la sua luce non diminuì gradatamente, ma di colpo, come se la fonte di quel flusso luminoso si fosse improvvisamente inaridita! Poi riapparve dall’opposto lato della nave, sia che le fosse girato attorno sia che le fosse passato sotto la carena.

Da un momento all’altro poteva avvenire un urto che ci sarebbe stato fatale. Nel contempo, io mi meravigliavo delle manovre della fregata; fuggiva e non assaliva; era inseguita, mentre doveva inseguire, e lo feci osservare al comandante Farragut, che, generalmente impassibile, aveva dipinto sul volto uno stupore indefinibile.
– Non vi rimane nessun dubbio, comandante, sulla natura dell’animale?
– No, signore, evidentemente è un liocorno gigantesco.
– E forse non è possibile avvicinarsi, come non è possibile accostarsi a un gimnoto o a una torpedine?
– Infatti – rispose il comandante – se ha un potere fulminante, è certamente il più terribile animale che sia uscito dalle mani del creatore. È per questo che voglio stare in guardia.
Per tutta la notte gli uomini dell’equipaggio rimasero in piedi, e nessuno pensò a dormire.
Verso le due del mattino la sorgente luminosa apparve, non meno intensa, a cinque miglia dall’Abraham Lincoln. Ma, nonostante la distanza e il rumore del vento e delle onde, si udivano distintamente i formidabili colpi dell’animale e persino la sua respirazione affannosa. Quando l’enorme liocorno respirava, sembrava che l’aria s’inabissasse nei suoi polmoni, come fa il vapore nei vasti cilindri d’una macchina di duemila cavalli.
Fino al mattino restammo in osservazione, mentre si facevano i preparativi per il combattimento.
D’un tratto, come il giorno prima, si sentì la voce di Ned Land: – Il mostro a sinistra! – gridò il fiociniere, e gli occhi di tutti si diressero verso il punto indicato. A un miglio e mezzo dalla fregata, un lungo corpo nerastro emergeva un buon metro dall’acqua.

La sua coda, agitata con violenza, produceva nell’acqua uno sconvolgimento considerevole.
Il mare non fu mai battuto così forte da una coda d’animale. Un solco immenso, bianchissimo, segnava il passaggio dell’animale, descrivendo una curva allungata.
Che caccia! Non posso descrivere l’emozione che mi faceva fremere tutto. Ned Land era al suo posto con la fiocina in mano: più volte l’animale si lasciò avvicinare.
– Lo pigliamo, lo pigliamo! – esclamava il canadese, ma nel momento in cui si disponeva a colpirlo, il cetaceo si allontanava con una rapidità che non credo inferiore a trenta miglia l’ora. Anzi, durante il massimo della nostra velocità si permise di beffarsi della fregata girandole attorno.
A mezzogiorno, eravamo alla stessa distanza del mattino. Allora il comandante Farragut si decise ad adoperare i mezzi diretti. Il cannone del castello fu immediatamente caricato e puntato: il colpo partì, ma la palla passò alcuni piedi sopra il cetaceo che si teneva alla distanza di mezzo miglio.
– A un altro più abile! – gridò il comandante. – E cinquecento dollari a chi ferirà questa bestia infernale.
Un vecchio cannoniere con la barba grigia, con l’occhio sereno e l’aria austera, s’accostò al pezzo, lo mise in posizione e mirò a lungo. Si udì una detonazione fortissima subito seguita dagli evviva dell’equipaggio. La palla raggiunse la sua mira, colpì l’animale, ma non verticalmente, e strisciando sulla superficie arrotondata, ricadde in mare a due miglia più lontano.
– Ah, perdinci! – esclamò il vecchio cannoniere rabbiosamente. – Questo miserabile è corazzato con lastre di sei pollici!
La caccia ricominciò e il capitano, chinandosi verso di me, disse:
– Inseguirò l’animale, finché non scoppia la fregata!
– E farete bene! – risposi.
In quel momento dalla maestra del castello vedevo sotto di me Ned Land che si teneva con una mano al buttafuori e con l’altra brandiva la sua terribile fiocina. Venti piedi appena lo separavano dall’animale immobile.
D’un tratto egli stese il braccio con violenza e gettò la fiocina: udii l’urto sonoro dell’arma che pareva avesse incontrato un corpo duro.
La luce elettrica si spense improvvisamente e due enormi trombe d’acqua si rovesciarono sul ponte della fregata, correndo come un torrente da prua a poppa, rovesciando gli uomini e spezzando le briglie di bompresso.
Ne seguì un urto terribile, per cui, balzato al di sopra della maestra senza avere il tempo di trattenermi, fui scaraventato in mare.

Adattato da: J. Verne, Ventimila leghe sotto i mari, Editrice Piccoli 1981

Jules Verne

Jules Verne

Jules Verne, spesso italianizzato in Giulio Verne (Nantes, 8 febbraio 1828 – Amiens, 24 marzo 1905), è stato uno scrittore francese. È oggi considerato tra i più influenti autori di storie per ragazzi e, con i suoi romanzi scientifici, uno dei padri della moderna fantascienza. Il successo giunse nel 1863, quando si dedicò al racconto d'avventura. Tra i suoi numerosissimi romanzi vi sono Viaggio al centro della Terra, Dalla Terra alla Luna, L'isola misteriosa, Ventimila leghe sotto i mari e Il giro del mondo in ottanta giorni. Alcuni di questi sono poi divenuti film. Jules Verne, con i suoi racconti ambientati nell'aria, nello spazio, nel sottosuolo e nel fondo dei mari, ispirò scienziati e applicazioni tecnologiche delle epoche successive. Le sue opere sono note in tutto il mondo. Verne è uno degli autori più letti in lingua straniera.

Commenti (2)

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    Biblioteca

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    Avventura vera: la storia del Nautilus e del Capitano Nemo in Ventimila leghe sotto i mari fa sognare di tornare piccoli, per sentirsi leggere il libro ad alta voce, la sera, prima di addormentarsi.

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    Mariachiara ferraro

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    Non mi è piaciuto particolarmente,anche perché non è il mio genere.

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