Capo Nord – lat. 71° 10′ 21”

Cinque amici partono in motocicletta da un piccolo paese della provincia di Pavia per raggiungere Capo Nord. Il viaggio verso il punto più settentrionale del continente si snoda attraverso un continuo mutare di paesaggi, fino alla meraviglia del «sole di mezzanotte».

Eravamo affascinati da tempo dal Grande Nord, dai nomi delle città letti sugli atlanti geografici o sulle carte, dall’immaginario Circolo Polare all’aurora boreale. Tutto era stato già vissuto e dipinto con la fantasia tante e tante volte quando l’undici giugno del 1989 dopo aver salutato amici e parenti invitati presso la sede del moto club in Piazza San Rocco per un rinfresco, le cinque rombanti e, come sempre, stracariche motociclette, alle 21. 30 transitavano sul Corso Cavour tra la curiosità ovvia dei garlaschesi dediti al relax serale ai tavolini dei bar.
Per noi iniziava l’attesa avventura del grande nord.
Decisi a fare una «bella tirata» sino al nord della Germania, dove giungemmo, dopo milletrecento chilometri, all’imbrunire del giorno seguente; trovammo subito pioggia a Lugano, pioggia che ci costrinse a fermarci e ad adeguare l’abbigliamento. Cogliemmo anche l’occasione per schiacciare un brevissimo pisolino prima del grande balzo. Costretta alla resa la sonnolenza passammo Zurigo, Schiaffusa, Stoccarda, Wurzbirg, Kassel, Hannover quasi senza rendercene conto e giungemmo ad Amburgo dove un lindo campeggio tra i boschi ci diede ospitalità e la possibilità di un meritato riposo. Lì studiai per mezz’ora sul vocabolarietto tascabile le parole corrette per comperare una bottiglia di acqua minerale. – Heine flask mineral water, danke – dissi, tutto soddisfatto d’essere all’altezza della situazione. Pronunciai talmente bene che il mio interlocutore, come dichiaravano le sopracciglia aggrottate, non capì assolutamente niente, ma da buon emigrante intuì, e mi propose: – Vuoi acqua minerale?

Per il giorno successivo ci attendeva un percorso più breve ma senz’altro più accattivante, con l’ingresso in Danimarca e poi su, fino a Frederikshawn sulla punta nord. Si cominciava a entrare in territori nordici, con paesaggi del tutto diversi da quelli che conoscevamo. Pernottammo in un campeggio dove conoscemmo altri viaggiatori avendo modo con essi di passare qualche momento d’allegria. Già il sole cominciava a scendere molto tardi sulla linea dell’orizzonte e alle 23 si poteva ancora raccogliere una moneta sulla sabbia senza bisogno di luce artificiale.
Lungo la spiaggia, invasa da un̓infinità di enormi meduse spiaggiate, diversi giovani facevano crocchio intorno a un bivacco improvvisato e cantavano. Le piccole barche del porto turistico, le tante biciclette, le allegre e colorate costruzioni davano il segno dell̓essere già arrivati in nord Europa. A me affioravano i ricordi di quella trasmissione della «TV dei ragazzi» che, se non vado errato, si intitolava «Immagini dal mondo». In quella trasmissione, venivano spesso mostrate immagini di ragazzi di quelle terre così lontane. Immagini che mi affascinavano, terre che mi affascinavano. Tradizioni così diverse dalle nostre, ambienti così lontani e freddi. E ora, quelle immagini, ripescate nella memoria d’infanzia, tornavano a galla e diventavano reali e finalmente oggettivamente presenti.
Nulla aveva più l’aspetto delle cose che conoscevamo, neppure le persone, quasi tutte bionde e delicate, ben diverse da noi, razza mediterranea scura di capelli e, rispetto a loro, perennemente abbronzata.
La mattina seguente al porto ci attendeva con le fauci aperte la nave che avrebbe ingurgitato noi e le nostre motociclette così come aveva fatto la balena che inghiottì Geppetto. E come la balena ci avrebbe risputati, prima o poi. Nel nostro caso lo fece a Oslo dopo aver attraversato lo Skagerrak, il tratto di mare che divide la Danimarca dalla Norvegia.
Capo Nord
Campeggiammo a Lillehammer dopo aver iniziato a percorrere la E6, la lunga strada che ci avrebbe condotto senza mai cambiare nome a Capo Nord. A quella latitudine già le tenebre complete non avvolgevano più il territorio. Il mattino successivo riprendemmo ad andare. Meta della giornata era Trondheim sull’Oceano Atlantico. Nulla di particolarmente rilevante nei giorni successivi e sino al Circolo polare artico fatta eccezione per la particolarità delle immagini e per lo stupore che ci coglieva quando, improvvisamente, tra i pini spuntavano i camini e la scia di fumo di una nave. Bisogna ammettere che veder comparire tra le fronde dei pini il biancore di una grossa nave in transito è a dir poco inusuale, ma è ciò che accade a queste latitudini quando dopo un tornante ci si imbatte in un fiordo lungo quanto un fiume e largo quanto un lago. Ovunque lungo le coste, su tralicci di travi inchiodate, erano stese al sole lunghe teorie di merluzzi a essiccare.
Nulla di particolare, dicevo, in quanto piano piano ci si era abituati ai seppur splendidi paesaggi di incontaminati e interminabili boschi di betulle, pini e abeti. Abituati anche al lungo, perfetto e assolutamente deserto nastro d’asfalto, unica nota grigia in mezzo a tanto verde. Abituati a seguire come un pantografo le contorte linee dei fiordi.
Prima di giungere a Narvik, il Circolo polare artico ci accolse con piena coscienza del suo ruolo. Vento freddo, nebbia e una leggera pioggia persistente sullo sterminato paesaggio della tundra punteggiata da residui di neve che si rifiutava di lasciare lo spazio alla breve estate nordica. Vegetazione zero. Solo qualche arbusto tipico della tundra. Facemmo le foto di rito e, seppure controvoglia, risalimmo, freddi e umidi, sulle nostre moto per riprendere la via verso la città nordica, uno degli ultimi centri abitati di una certa dimensione che si sarebbero trovati sulla nostra strada.
A Narvik giungemmo il giorno successivo. Facemmo la tradizionale foto presso il cartello visto su tante riviste e indicatore delle distanze chilometriche che dividevano quella località da Mosca, Roma, Parigi, Madrid, ecc. ecc. Nordkapp ormai non era più così lontana.
Un ultimo traghetto tra Repvag e Honningsvag ci condusse all’isola di Megeroja. Il tempo era pessimo, cadeva una pioggerellina leggera ed eravamo immersi nella nebbia. Dopo esserci piazzati in campeggio decidemmo di salire a mezzanotte, come si conviene, verso il costone alto sul mare per raggiungere il punto geografico più a nord, quello col grande mappamondo immortalato da tanti motociclisti e viaggiatori. La pioggia continuava a cadere insistente e le nubi basse oscuravano il sole come da noi quando c’è un temporale. Dopo una curva, salendo d’altitudine oltre le nubi basse ecco il sole, alto, splendido e luminoso3. Un’apparizione improvvisa ci tolse il fiato. Era da poco passata la mezzanotte. Eravamo a latitudine 71° 10’ 21’ ’, Capo Nord.
Restammo là a guardare il grande mappamondo e il costone sul mare con la nebbia bassa che piano piano si andava dissolvendo lasciandoci intravedere l’infinito Mare del Nord. L’indomani, o lo stesso giorno visto che scendemmo e ci coricammo alle quattro e mezza del mattino, risalimmo nuovamente alla punta e questo fu il giro di boa che diede inizio al ritorno.

Adattato da: C. Zaninotto, Mezzo secolo di carburatori in giro per il mondo, L’orecchio di Van Gogh Editore 2006

Claudio Zaninotto

Claudio Zaninotto

Mi chiamo Claudio Zaninotto. Sono nato a Garlasco in provincia di Pavia il 10 novembre del 1954. Abito a Garlasco da quando sono nato. Sono sposato con Mariella ed ho un figlio, Christian, laureato in Scienze Politiche. Per gli amanti degli oroscopi sono uno scorpione. Che sia questo il motivo per cui mi sento molto attratto dall’Africa e dai deserti in particolare? Amo viaggiare e, negli anni passati, l’ho fatto in motocicletta e poi in auto a 4 ruote motrici. Ho navigato a vela e a motore ed ora mi faccio portare a spasso da un camion ex-militare 4X4.

Commenti (1)

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    Arrivare a Capo Nord in motocicletta è stato ed è il sogno di tanti viaggiatori, e forse il pregio di questo brano è proprio nella sua normalità: per una volta un’avventura realizzabile da chiunque (basta avere una bella moto, magari tra qualche anno, chissà…)

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