Primo giorno di scuola

Le perplessità del giovane Gaspare il suo primo giorno di scuola, in una città lontana dall’isola dove è nato e vissuto, tra colazioni al buio, tram affollati e la delusione per una scuola diversa dalle attese: sarà valsa la pena di aver fatto tanti chilometri per arrivare fin lì?

Non è per il tram. Il tram lo devo prendere per cinque anni alle sette di mattina. Ma non mi pesa.
Mi pesa tutto quello che viene prima, quando sono ancora a casa al buio, e la luce non la posso accendere se no mia madre si sveglia e, visto che viene a letto così tardi, meglio di no; mi pesa che devo lavarmi al freddo perché il riscaldamento non è ancora partito, mettermi il latte nel pentolino e stare attento quando sfrigola che non si metta a bollire, se no se ne esce tutto sul fuoco, ed è incredibile quanto puzza il latte quando cade sul fuoco.
Veramente me la preparerebbe volentieri zia Elsa la colazione, ma siccome è molto grossa, se si alza troppo presto le gira la testa e potrebbe cadere, mia madre mi ha detto: – Vuoi mica far cadere zia Elsa?
Mi ci faccio la zuppa nel latte caldo. Prendo il pane, lo rompo a pezzi, lo lascio un po’ così a galleggiare che diventa morbido e poi me lo mangio. È l’ultima cosa che mi pesa la zuppa, perché sono ancora in casa tutto solo, mezzo al buio e al freddo, e mi sembra che sia toccata solo a me una vita dove ti inzuppi il pane al buio.
Adesso che esco invece mi passa tutto. Perché vedo che la città è già tutta fuori, un mucchio di persone che si sono già lavate in bagno, si sono vestite, hanno fatto colazione, magari proprio una zuppa come la mia, e sono uscite; e secondo me tutto questo senza fare troppe storie, nel senso che anche loro al buio e soli, però poi sembrano felici a prendersi il loro bravo tram e non dicono niente. E allora cosa dovrei dire io? Che sono il più fortunato di tutti, perché vado al liceo, non al lavoro o in una scuoletta da ridere.
Il tram è pieno zeppo di gente; quando la porta si apre sembra che vengano tutti sputati fuori addosso a te, e tu ti dici: «Questo tram non riesco a prenderlo manco morto, arriverò tardi e non mi fanno entrare»; e invece no, devi salire lo stesso, prendi la rincorsa e li spingi tutti avanti.
È la prima volta che vedo un tram. Su un’isola, difficile che si possa vedere un tram, dove lo metti un tram su un’isola? Sulla mia poi, che è uno sputo di isola, se ci metti un tram si prende tutta la piazza del porto e anche un pezzo di via Giuseppe Garibaldi, secondo me almeno fino alla farmacia.

La cosa che mi stupisce di più di un tram è che non se ne può andare dove vuole, visto che in basso ha i binari e in alto il filo elettrico. Mi fa anche un po̓ pena. La gente che ci sale secondo me lo sa benissimo, infatti è diversa dalla gente che prende i pullman, è più… non so, è più quieta e più lenta; ad esempio se deve guardare fuori dai finestrini gli occhi li gira piano, e così per tutto, anche per andare a timbrare il biglietto ci va con i piedi felpati che sembrano dentro delle pantofole di pelo.
Arrivo un po’ in anticipo, perché avevo paura di arrivare in ritardo proprio il primo giorno, che non mi facessero entrare e mi rispedissero a casa dicendomi: non lo vogliamo uno che il primo giorno di scuola arriva in ritardo; allora ho preso il tram mezz’ora avanti. Mia madre me lo dice sempre: la prima cosa, Gaspare, è arrivare in orario.
Così adesso aspetto un’ora e venti che aprano il portone. Mi siedo su una panchina del viale e guardo le foglie che cadono e quelle che non cadono. Strano che ne cadano già all’inizio di settembre, io credevo che la caduta foglie fosse un fatto autunnale con tanto di vento tremendo, nebbia e freddo; invece qui è una mattina tiepida, ancora in estate, neanche una bava d’aria e le foglie cadono lo stesso: ma come facevo a saperlo io, visto che sulla mia isola di viali neanche l’ombra?
Comunque, di aspettare così tanto qui davanti non m’importa, perché alla fine quel portone lo dovranno pur aprire. E infatti alle otto meno dieci lo aprono. Ci mandano tutti in palestra per dividerci in classi. A me tocca la Ia B e salgo insieme a uno che comincia con la G, ma il cognome tutto intero non mi resta in mente neanche un po’. Mi metto nel banco con lui perché è quello che mi sta più vicino, tanto non conosco nessuno e quindi fa proprio lo stesso con chi mi metto nel banco.

E allora inizio il mio primo giorno di liceo. Che è una di quelle cose che poi ti dovresti ricordare tutta la vita: io invece è meglio che me lo dimentichi, perché questo benedetto primo giorno lo passo guardando scarpe.
Dico le scarpe dei miei compagni. Perché loro le guardano a me. Guardano e ridono. E allora io mi metto a fare uguale, solo che io non rido. Anche perché m’ero messo in mente tutta un’altra cosa, e cioè che il primo giorno di liceo si fanno già cose toste. E questo perché me lo aveva detto mio padre: vedrai che fin dal primo giorno te ne accorgi com’è dura. Però mio padre di liceo cosa vuoi che ne sappia, e infatti aveva torto.
Gli insegnanti ci spiegano che i primi giorni non si fa scuola, è vietato: si fa l’accoglienza. Ci porteranno in giro a conoscere la scuola, tipo le scale, la palestra, i bagni. Cioè ci insegneranno niente, i primi giorni. E questo cinque ore al giorno per una settimana, che infatti si chiama «la settimana dell’accoglienza ». Dicono che così ci passa la paura perché vediamo che andare al liceo è come bere un bicchier d’acqua. Primo giorno di scuola
Peccato. Perché siccome me lo aveva detto mio padre, io mi ero immaginato che era bello tosto il liceo, non un bicchier d’acqua che, se era solo per quello, chilometri che mi sono fatto per venire fin qui.
Comunque non è che io il primo giorno abbia voglia di passarmela così, a guardar scarpe. Però, siccome lo fanno tutti, mi dico: sta’ a vedere che qui si usa così, magari è un sistema per conoscersi. Invece dopo un po’, neanche poi tanto, capisco: nessuno ha addosso delle scarpe come le mie. E il perché di questo io non lo so, ma è così e basta, e la vita è quella che è, dice sempre mio padre, e quindi bisogna prenderla com’è.
Smetto di guardare scarpe solo quando ci danno i test d’ingresso. Ci dicono che serve per capire il nostro livello, e io non lo capisco qual è il mio livello, cioè quale dovrebbe essere, perché ci danno l’esercizio: «Distingui l’articolo determinativo dall’indeterminativo», ad esempio: il cammello determinativo, un passero indeterminativo. Cose che io personalmente ho fatto alle elementari, gli altri non so. Gli altri forse hanno fatto altro, tipo astronomia o statistica, non grammatica; oppure agli altri piace tornare indietro e rifare le stesse cose, non so. Comunque non protestano per niente, anzi mi sembrano contenti, e allora anch’io non dico niente, cosa vuoi che dica?
Quando esco, non vado subito a prendere il tram. Cammino lungo il viale, pesto un po’ le foglie cadute. Mi viene da pensare a Giorgia. È la mia amica di quando eravamo piccoli: secondo me mi viene in mente lei perché, quando le ho detto che me ne andavo via per studiare, mi ha guardato storto e mi ha detto: – E che cosa studi a fare? Ecco perché mi viene in mente.

Adattato da: P. Mastrocola, Una barca nel bosco, Guanda 2004

Avatar

Lingua predefinita del sito

Paola Mastrocola (Torino, 1956) è una scrittrice italiana. Laureata in Lettere, dopo un periodo come lettrice di italiano all'Università di Uppsala, insegna lettere presso il liceo scientifico (con sezione linguistica e classica) 'Augusto Monti' di Chieri (Torino). Svolge anche una intensa attività di scrittrice, inizialmente di libri per ragazzi, poi soprattutto di romanzi. La sensibilità educativa e l'esperienza didattica si traducono in situazioni narrative nelle quali il riferimento, spesso graffiante, alla realtà della scuola italiana di questi ultimi anni si accosta ad aspetti volutamente antirealistici. Si è resa nota al grande pubblico con il suo primo romanzo, La gallina volante, grazie al quale ha vinto diversi premi letterari. Con Palline di pane è stata finalista al Premio Strega nel 2001 e con Una barca nel bosco si è aggiudicata il Premio Campiello nel 2004. Nello stesso anno viene pubblicato il saggio La scuola raccontata al mio cane. Nel 2005 viene pubblicato il romanzo Che animale sei? - Storia di una pennuta seguito nel 2007 dal romanzo Più lontana della luna. Nel 2008 viene pubblicato E se covano i lupi, una favola che ha per protagonisti un lupo filosofo e un'anatra, che sono pure marito e moglie. Nel 2011 viene pubblicato un suo saggio sulla situazione scolastica italiana, Togliamo il disturbo. Nel 2013 viene pubblicato Non so niente di te, romanzo. È sposata con il sociologo e saggista Luca Ricolfi.

Commenti (2)

  • Avatar

    Biblioteca

    |

    Gaspare mi è rimasto simpatico fin dalle prime righe: mi piacciono i personaggi che se ne stanno un po’ in disparte, che osservano, e lo sguardo di Gaspare è attento, ingenuo e poetico al tempo stesso. Del mio primo giorno di scuola al liceo i dettagli non li ricordo tanto bene, di sicuro tutti squadravano tutti (ma più probabilmente ciascuno aveva l’impressione che gli altri stessero squadrando proprio lui!).

    Rispondi

  • Avatar

    classe 3

    |

    Il brano che abbiamo letto è molto interessante perchè il protagonista parla del suo primo giorno di scuola che tutti noi ragazzi viviamo.
    Il primo giorno di scuola non si dimentica mai, perchè si vivono emozioni indimenticabili.
    Gaspare ci ha fatto riflettere e anche sorridere perchè dato che era nuovo dell’ ambiente, non conosceva certe abitudini e quindi non sapeva come doveva comportarsi.
    La storia si avvicina molto alla nostra realtà di ragazzi adolescenti che vivono in un paese. Anche noi se ci dovessimo trasferire in un’ altra città, forse ci comporteremmo come Gaspare.
    Ci è piaciuto molto lo stile dell’ autrice perchè è chiaro, semplice e di facile lettura!!

    Rispondi

Lascia un commento

Copyright © Raffaello Libri S.p.A. - Sede Legale: Via dell'Industria - 60037 - Monte San Vito (AN)
R.I. Ancona, C.F. e Partita IVA 01479570424 - REA AN-145310