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La ragazza colomba

Scritto da Italo Calvino on . Postato in Classe 1

Un giovane povero e affamato accetta uno strano incarico per guadagnare qualcosa, ma si ritrova al servizio del potente e minaccioso Mago Savino. Con l’aiuto di un cavallo parlante e di un pizzico di furbizia, riuscirà a impossessarsi del tesoro del Mago e a sposare una bellissima e nobile fanciulla.

C’era una volta un picciotto, disperato come un cane.
Un giorno, meschinello, non avendo di che da mangiare, s’andò a sedere sulla riva del mare a vedere se poteva combinare qualcosa per non restare digiuno. Dopo un bel pezzo ch’era lì seduto, vide venire alla sua volta un Greco-levante1 che gli domandò: – Che cos’hai, figlio bello, che te ne stai così impensierito?
– Che volete che abbia? – rispose il picciotto. – Sono morto di fame; non ho da mangiare né da sperare.
– Oh figlio mio, sta’ allegro, vieni con me che ti darò da mangiare, e danari e tutto quello che vuoi.
– E che cosa devo fare? – disse il picciotto.
– Niente. Con me c’è da lavorare solo una volta all’anno.
Al povero picciotto venne un cuore grande così, meschinello. Fecero il contratto, e il tempo passava e il picciotto non aveva niente da fare. Una volta il Greco-levante lo chiamò e disse: – Sella due cavalli che dobbiamo partire.
Il picciotto preparò e partirono. Cammina cammina, arrivarono ai piedi di un’alta montagna. Il Greco-levante disse: – Ora devi salire lassù in cima.
– E come faccio? – disse il picciotto.
– Questo lo so io.
– E se non ci volessi salire?
– Abbiamo stabilito che dovessi lavorare una volta all’anno. Ti piaccia o non ti piaccia, questa è la volta. Devi andare lassù in cima e buttarmi giù tutte le pietre che ci sono. Detto questo, prese un cavallo, lo uccise, lo spellò e fece entrare il picciotto nella pelle. In quella un’aquila che volava in cielo vide la pelle di cavallo, s’abbassò, la prese coi suoi artigli e la sollevò in cielo, col picciotto dentro. L’aquila si posò sulla cima della montagna e il picciotto saltò fuori dalla pelle. – Buttami giù le pietre! – gridò di sotto il Greco-levante.

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Il picciotto si guardò intorno: altro che pietre! Erano brillanti, diamanti e verghe d’oro, grosse come alberi! Guardò giù e c’era il Greco-levante che sembrava una formica e gridava: – Dai, giù, butta le pietre!
Il picciotto pensò: adesso, se gli getto le pietre, lui mi lascia quassù in cima e non posso più tornare giù.
È meglio che le pietre me le tenga io e veda di cavarmi d’impaccio da solo.
Esplorò bene la cima della montagna e vide una specie di bocca di pozzo. Alzò il coperchio, si calò giù e si trovò in un bellissimo palazzo. Era il palazzo del Mago Savino.
– Cosa cerchi sulla mia montagna? – disse il Mago appena lo vide. – Io ti faccio arrosto e ti mangio! Tu sei venuto a rubarmi le pietre per quel brigante del Greco-levante. Tutti gli anni mi fa questo scherzo, e tutti gli anni mi mangio un suo servitore!
Il povero picciotto, tutto tremante, si buttò ai suoi piedi e gli giurò che non aveva nessuna pietra.
– Se è vero, – disse il Mago Savino – sarai salvo.
Andò su, contò le pietre, e vide che non ne mancavano.
– Bene, – disse il Mago, – hai detto la verità. Ti prendo a mio servizio. Io ho dodici cavalli. Ogni mattina tu darai novantanove legnate a ciascun cavallo: ma bada bene, i colpi voglio sentirli io da qui. Hai capito?
Alla mattina, il picciotto andò con un grosso bastone nella stalla, ma aveva compassione dei cavalli e non sapeva come fare. Un cavallo allora si voltò e gli parlò: – Non ci battere, una volta eravamo uomini e siamo stati cambiati in cavalli dal Mago Savino. Da’ le bastonate per terra e noi nitriremo come se fossimo picchiati.
ITA1_s2_racc-26e27-2Il picciotto seguì il consiglio e il Mago sentiva il colpo del randello e i nitriti ed era contento. – Senti, – disse un giorno uno di quei cavalli al picciotto – vuoi trovare la fortuna? Va’ in giardino e troverai una bella vasca.
Ci vanno ogni mattina dodici colombe a bere, s’infilano in acqua ed escono dodici ragazze belle come il sole, che posano le loro vesti da colomba appese a un albero, e si mettono a giocare. Tu non devi far altro che nasconderti tra gli alberi, e quando sono nel bel mezzo del gioco, afferrare la veste della più bella di tutte e nascondertela in seno. Lei ti dirà:
«Dammi la veste! Dammi la veste!» Ma tu guardati bene dal dargliela, sai, sta’ attento, perché sennò ridiventa colomba e se ne vola con le altre.
Il picciotto fece come gli aveva detto il cavallo: si rannicchiò in un punto dove non poteva essere visto, e aspettò la mattina. Alle prime luci, sentì un frullo sempre più forte; fece capolino e vide uno stormo di colombe. Facendosi piccino piccino si disse: «Zitto che son loro!» Giunto alla fonte, le colombe bevvero e poi si tuffarono nell’acqua, quando affiorarono di nuovo erano dodici belle ragazze che parevano angeli scesi dal cielo, e cominciarono a giocare tra loro, correndo e facendo le pazze.
Il picciotto, quando gli parve il momento, uscì adagio adagio, cacciò una mano, afferrò una veste e se la ficcò sotto la pettorina della giubba. Allora tutte le ragazze ridiventarono colombe e scomparvero a volo per l’aria. Soltanto una non ritrovò la sua veste di colomba e restò sola di fronte a lui, e non sapeva dir altro che: – Dammi la veste! Dammi la veste! – Il picciotto scappò via, e la ragazza gli correva dietro. Finalmente, dopo aver corso per una lunga strada (era il cavallo che gliel’aveva insegnata) arrivò a casa sua e presentò la ragazza alla madre: – Madre mia, questa è la mia sposa: sta’ bene attenta a non farla uscire!
Prima d’andarsene dalla montagna, s’era riempito le tasche di pietre preziose.
E appena a casa sua, pensò di andarle a vendere. La ragazza restò sola con la suocera, e per tutto il giorno non faceva altro che intronarle il capo dicendole:
– Dammi la veste! Dammi la veste!
Fino a che la donna non ne poté più: – Madonna mia! Questa è come un sonaglio attaccato all’orecchio. Vediamo se trovo questa veste!
Pensò che il figlio doveva averla messa nel cassone del canterano2. Cercò, e difatti trovò una bella veste da colomba. – Forse è questa, figlia mia? – Non l’aveva ancora tirata fuori, che la ragazza l’afferrò, se la buttò addosso, ridiventò colomba e volò via. La vecchia, a questo tiro, restò più morta che viva.
– Come faccio ora che viene mio figlio? Cosa gli dico, quando non vedrà più la sua sposa? – Proprio in quel momento sentì il campanello ed era il figlio, che a non trovare più sua moglie si gonfiò di rabbia come una vescica. – Oh mamma, che tradimento m’avete fatto! – Gridò. Poi, quando la sua rabbia fu sbollita, disse: – Mamma, datemi la santa benedizione che vado a ritrovarla.

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– Mise un pezzo di pane nella bisaccia e partì.
Traversando un bosco incontrò tre briganti che litigavano. Lo chiamarono e gli dissero: – Tu che sei forestiero, facci da giudice. Abbiamo rubato tre oggetti e ora siamo in lite per spartirceli. Dicci come dobbiamo fare.
– Che oggetti sono?
– Una borsa che ogni volta che l’apri è piena di quattrini, un paio di stivali che ti fanno camminare più del vento, e un mantello che quando lo metti, vedi e non sei visto.
Il picciotto disse: – Fatemi provare se è vero quello che dite. – Si mise gli stivali, prese la borsa e poi si avvolse nel mantello. – Mi vedete? – chiese.
– No! – risposero i briganti.
– Allora non mi vedrete mai più. – Scappò via con gli stivali come il vento, e arrivò in cima alla montagna del Mago Savino.
Si nascose di nuovo vicino alla vasca e vide le colombe venire a bere, e la sua in mezzo a loro. Saltò fuori e portò via la veste di lei appesa all’albero.
– Dammi la veste! Dammi la veste! – ricominciò a gridare quella. Ma il picciotto questa volta fu svelto, le diede fuoco e la bruciò.
– Sì, – disse la ragazza, – ora resterò con te e sarò la tua sposa, ma prima devi andare a tagliare la testa al Mago Savino, e devi far ridiventare uomini i dodici cavalli che sono nella stalla. Basta che strappi tre peli dalla criniera a ciascuno. Il picciotto col suo mantello che lo rendeva invisibile tagliò la testa al Mago, poi liberò i dodici cavalieri trasformati in cavalli, prese tutte le pietre preziose, e tornò a casa con la fanciulla che era la figlia del Re di Spagna.

Tratto da: I. Calvino, Fiabe italiane, Mondadori 1993

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